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Risoluzione di Stampa
Le immagini
digitali generate da una fotocamera digitale o da uno scanner sono
composta da puntini chiamati pixel. Le stampanti inkjet creano le
immagini con goccioline di inchiostro. A prima vista le due tecnologie
possono sembrare simili, ma invece vi sono alcune importanti differenze
Milioni di colori da tre
inchiostri
Le stampanti ed i monitor
producono i colori con metodi opposti. Lo schermo del monitor senza
segnale è nero e diventa luminoso quando aggiungiamo luce
colorata usando il sistema di colori
additivi RGB. Se rosso, verde e blu hanno intensità
equivalente, otteniamo il bianco. Invece, il foglio bianco di carta per
la stampa diventa più scuro man mano che la stampante lo ricopre
di inchiostro. Questo è il sistema basato sui colori sottrattivi CYM.
Se si dispongono sulla carta gocce di inchiostro cyan, giallo e magenta
in pari numero, i nostri occhi percepiscono il nero, almeno in teoria.
In pratica vedremmo un colore indefinito, bruno-grigiastro scuro,
perché gli inchiostri sono parzialmente trasparenti e le gocce
non coprono mai il 100% della carta. Per questo motivo in tutte le
stampanti è presente anche un serbatoio di inchiostro nero.

In modalità 8 bit, i colori
di una immagine possono avere solo 256 sfumature per ognuno dei colori
primari. Se si moltiplica 256 tre volte per sè stesso
(256x256x256), si ottengono 16.777.216 combinazioni di colore possibili
per ogni singolo pixel. Invece, nella nostra stampante troviamo solo
tre cartucce (o 6, o 8 nelle stampanti professionali) di inchiostro
colorato, più una cartuccia di inchiostro nero.
La stampante non miscela gli inchiostri, perciò per poter
riprodurre tutti i 16 milioni di colori, si ricorre a due tecniche di
base.
Primo, si
variano le dimensioni delle goccioline di inchiostro usate per
stampare. Più piccole sono le gocce, più chiaro appare il
loro colore perché fra di loro rimarrà più
visibile il bianco della carta. La mia stampante per esempio, produce
gocce da 2 picolitri (un picolitro è un millesimo di
miliardesimo di litro, o se preferite 0,000000001 millilitri).
Secondo, e
più importante, si crea l'illusione dei colori sfumati
disponendo opportunamente sulla carta gruppi di singole goccioline di
colori diversi. Se si osserva con una lente le fotografie pubblicate
sui giornali, quello che sembrava dapprima un colore di tonalità
continua si rivela composto da punti disposti in un certo ordine. Se
tutti i punto sono gialli, il colore apparirà naturalmente
giallo, ma se i punti sono gialli e magenta alternati, apparirà
il rosso, se visto a distanza. Il giallo più cyan genera il
verde. Per fare il verde chiaro, i punti devono essere stampati
più piccoli o alcuni non sono affatto stampati, lasciando vedere
la carta sottostante, e così via. Variando la percentuale degli
inchiostri colorati e le dimensioni dei punti stampati, si crea
l'illusione visiva di una grandissima varietà di sfumature di
colore, necessarie per riprodurre sulla carta una fotografia.
Per ridurre al minimo la percezione visiva dei punti, le stampanti
più moderne affiancano ai tre colori primari CYM, il cyan
chiaro, il magenta chiaro o altri colori. Questo consente di aumentare
la percentuale di copertura della carta mantenendo la capacità
di ricreare colori chiari. In ogni caso però, la strategia di
base rimane la stessa.
Le prime stampanti inkjet spesso creavano stampe in cui i punti erano
grandi abbastanza da risultare distinguibili, ma le moderne stampanti
generano gocce talmente infinitesimali che spesso si fondono insieme al
punto da non essere più visibili nemmeno se osservate a forte
ingrandimento. L'ovvia conseguenza di questa tecnologia è che
occorrono molti punti, ognuno fatto da una o più goccioline
d'inchiostro, per rappresentare ogni singolo pixel di una immagine.

In genere si considera ottimale una risoluzione di stampa intorno ai
300 ppi (pixel per inch) per la stampa di alta qualità, mentre
le odierne stampanti sono capaci di operare a 1440, 2880 o anche
più dpi (dots per inch). Non lasciamoci confondere da questi
valori. Quando i produttori di stampanti dichiarano che un loro
prodotto ha la capacità di stampare a 1440 dpi, intendono dire
che la stampante riesce a mettere sulla carta 1440 gocce di inchiostro
per pollice, non 1440 punti per pollice. Per stampare un solo pixel
possono essere necessari alcuni punti (dots) a loro volta formati da
più gocce d'inchiostro.
Purtroppo qualche volta capita di vedere schede tecniche di stampanti
in cui i termini "ppi" e "dpi" sono usati impropriamente o come fossero
sinonimi. Non è così, sono grandezze diverse, anche se
possono sembrare simili.
Quando si prepara una immagine per la stampa non si dovrebbe mai
impostare una risoluzione superiore a 300 ppi. E' vero che la
qualità delle stampe migliora aumentando la densità dei
pixel per pollice, ma generalmente si considera 300 ppi come la soglia
massima oltre la quale la qualità non aumenta, anzi tende a
declinare. Questo si spiega con le dimensioni minime delle gocce di
inchiostro: se con 300 pixel si riesce a coprire un pollice di carta
(25.4mm), a 400 ppi i pixel tenderanno a sovrapporsi a causa delle loro
dimensioni fisiche, con conseguente perdita di dettaglio.
Naturalmente i valori di ppi citati non sono da considerare come
assoluti. Molti stampatori professionisti sostengono di ottenere
eccellenti risultati a 240 ppi, altri preferiscono spingersi fino a 360
ppi. In passato molti usavano una risoluzione di 288 ppi perché
questo valore è un sottomultiplo esatto di 1440, e questo in
qualche modo agevolava il lavoro del driver della stampante.
Onestamente credo che oggi non sia più un discorso valido, dato
che negli anni i driver sono molto migliorati ed ora sono certamente in
grado di gestire benissimo anche le alte risoluzioni.

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