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Corso base: Un'occhiata all'interno
Sensore di immagine
Il funzionamento di una fotocamera digitale
è molto simile a quello di una normale
fotocamera tradizionale a pellicola. Ambedue
contengono un obiettivo, un diaframma ed
un otturatore. Le lenti mettono a fuoco il
fascio luminoso all'interno della camera,
il diaframma si apre creando un foro di diametro
variabile, e l'otturatore controlla il tempo
di esposizione. Questo meccanismo (diametro
del diaframma x il tempo) controlla esattamente
la quantità di luce che entra nella
camera e colpisce il sensore.
La grande differenza fra le camere analogichei
e quelle digitali consiste nel modo in cui
la luce viene catturata. Al posto della pellicola
fotosensibile, le fotocamere digitali usano
un dispositivo elettronico allo stato solido
chiamato sensore di immagini di tipo CCD
(Charge-Coupled Device) o CMOS (Complementary
Metal Oxide Semiconductor). Sulla superficie
di questi chip di silicio di varie dimensioni,
si trova una griglia di milioni di diodi
fotosensibili, detti fotoelementi o più
comunemente pixel (picture element). Ogni
singolo fotoelemento cattura la luminosità
ed il colore di una minima porzione dell'intera
immagine.
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Un sensore di immagini tipo CCD.
Alla destra un disegno che rappresenta un
ingrandimento dei suoi pixel, ognuno dei
quali cattura una porzione dell'immagine
finale. |
Come si può
notare, i pixel verdi
sono in numero
doppio rispetto ai rossi e
ai blu. Infatti
i nostri occhi sono più
sensibili al
colore verde, che quindi deve
essere riprodotto
con maggiore accuratezza. |
L'esposizione
Quando si preme il pulsante per scattare
una foto, una cellula fotoelettrica (esposimetro)
misura la quantità di luce che entra
nella camera attraverso le lenti, determinando
il valore di apertura del diaframma e della
velocità di otturazione per ottenere
una corretta esposizione. In questo istante
ogni pixel del sensore registra la brillantezza
della luce che lo colpisce, accumulando una
carica elettrica. Più intensa è
la luce, più alta sarà la carica
elettrica. Alla chiusura del diaframma, la
carica di ogni pixel viene misurata ed il
suo valore viene convertito in un numero
binario (digitale). La serie di numeri ottenuta
viene elaborata dal software della camera
per ricostruire l'immagine sul monitor della
camera e memorizzarla nella scheda di memoria.
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Vista in trasparenza di una tipica reflex,
senza l'obiettivo. Quando il diaframma si
apre, la luce arriva al sensore di immagini.
Ogni singolo pixel registra l'intensità
della luce che lo colpisce, il colore verrà
elaborato ed aggiunto dal software di controllo. |
Solo bianco e nero
Potrà sembrare sorprendente, ma i
pixel del sensore possono registrare solo
l'intensità della luce, non il suo
colore. Ogni singolo pixel colpito dalla
luce produce una scala di 256 valori che
corrispondono a 256 tonalità di grigio,
dal puro nero al puro bianco. Come la fotocamera
riesca a ricreare un'immagine colorata partendo
dal bianco-nero, è una storia molto
interessante che vedremo più avanti.
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La scala dei grigi comprende 256 tonalità,
dal puro nero al puro bianco.
L'immagine con 26 tonalità è
solo indicativa. |
Come nasce il colore in fotografia
Quando fu inventata, la fotografia poteva
essere solo in bianco e nero. La ricerca
per riprodurre il colore fu un processo lungo
e difficile, e per molti decenni il colore
veniva applicato a mano sulle lastre esposte.
Il primo vero passo verso la ricostruzione
del colore fu compiuto nel 1860 dal fisico
scozzese James Clerk Maxwell che per primo
usò un negativo in bianco e nero e
tre filtri in rosso, verde e blu. Fece scattare
dal fotografo Thomas Sutton tre foto di un
oggetto colorato, ognuna con un diverso filtro
applicato davanti all'obiettivo. Le tre immagini
furono proiettate su uno schermo con tre
diversi proiettori, ognuno con lo stesso
filtro usato per le riprese.
Quando le tre immagini furono perfettamente
sovrapposte, il risultato fu la prima vera
immagine ottica a colori. Quasi un secolo
e mezzo più tardi, i sensori di immagini
funzionano secondo lo stesso principio. Tutti
i colori di un'immagine fotografica hanno
origine dai tre colori primari, Rosso, Verde,
Blu (RGB). Quando i tre colori primari sono
combinati nella stessa intensità,
si ottiene luce bianca.
Il sistema additivo RGB è usato tutte
le volte che la luce viene proiettata per
formare i colori su uno schermo, o direttamente
nei nostri occhi. Per essere più corretti,
dobbiamo precisare che il sistema RGB viene
usato quando si tratta di miscelare luce,
come nel monitor del nostro PC o schermo
TV, mentre nei processi di stampa si usa
il sistema sottrattivo CMY perché
si tratta di miscelare pigmenti.
In questo caso i colori primari usati sono
Cyan (turchese), Magenta (violetto) e Yellow
(giallo), che possono produrre tutte le sfumature
di tutti i colori se miscelati in varie proporzioni.
In teoria, se miscelati in uguali proporzioni,
dovrebbero produrre il nero. In realtà
produrrebbero un colore indefinito bruno-grigio-scuro.
Per questo motivo, per riprodurre fedelmente
i toni scuri, nelle nostre stampanti fotografiche
è presente anche un serbatoio di inchiostro
nero.
Per riassumere, il sistema additivo (RGB)
crea i colori aggiungendo luce ad uno sfondo
nero, mentre il sistema sottrattivo (CYM)
usa pigmenti per bloccare selettivamente
la luce riflessa da uno sfondo bianco.
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Il sistema
additivo RGB (Red-Green-Blue)
usato per i
monitor e la TV. I colori aggiungono
luce ad uno
sfondo nero
Se si sovrappongono i tre colori primari
additivi di eguale intensità, si forma
il bianco. Con la sovrapposizione di due
colori si formano rispettivamente i colori
cyano giallo e magenta (CYM). |
Il sistema
sottrattivo CYM (Cyan-Yellow-Magenta) usato per la stampa. I pigmenti sottraggono
luce ad uno sfondo bianco.
Se si sovrappongono i tre colori primari
sottrattivi di eguale intensità, si
forma il nero. Con la sovrapposizione di
due colori si formano rispettivamente rosso,
verde e blu (RGB). |

Dal bianco/nero al colore
Poiché la luce solare bianca è
composta dai tre colori di base, basta mettere
un filtro rosso, o verde o blu, sopra ogni
pixel per scomporre la luce nei tre canali
di colore e ottenere immagini colorate, esattamente
come fece Maxwell nel 1860. Nel sistema Bayer
usato nella maggior parte dei sensori, i
filtri verdi sono in numero doppio degli
altri. Poiché l'occhio umano è
molto più sensibile al verde che agli
altri due colori, l'esatta resa cromatica
del verde è più importante.
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Le micro-lenti al di sopra dei filtri colorati
servono a focalizzare la luce e aumentare
la resa del sensore.
Filtri colorati ricoprono ogni pixel del
sensore. I
filtri verdi sono in numero doppio
rispetto ai
filtri rossi e blu.
Infine il sensore.
Ogni pixel
registra solo
la luce del
colore del
suo filtro, quindi
il 50% dei
pixel "vedono"
solo
la luce verde,
il 25% la luce
rossa, il 25%
la luce blu.
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I filtri colorati rossi, verdi e blu permettono
il passaggio solo della rispettiva componente
cromatica della luce incidente.
Con questo sistema si riesce a scomporre
la luce separando i tre colori primari. |
Il sistema RGB è certamente il più
diffuso, ma non il solo. Altri sistemi usano
la combinazione di colori sottrattivi CMY
(Cyan-Magenta-Yellow), oppure CYGM (Cyan-Yellow-Green-Magenta),
o la variante introdotta da Sony RGBE (Emerald).
Ogni sistema ha i suoi vantaggi e punti deboli,
i tentativi di migliorare la resa cromatica
sono costanti. Da notare che la fedeltà
dei colori riprodotti dipende in gran misura
dalla perfezione dell'algoritmo nel software,
il vero motore che sta alla base della ricostruzione
delle immagini digitali.
L'interpolazione cromatica
Con i filtri colorati, ogni pixel registra
la brillantezza della luce colorata che passa
attraverso il proprio filtro, mentre gli
altri colori vengono bloccati. Per esempio,
un pixel con filtro rosso percepisce solo
la luce rossa che lo colpisce, ma se su quel
pixel arriva luce di un altro colore, rimane
spento. Occorre quindi determinare di quale
colore quel pixel dovrebbe essere. Usando
come riferimento i colori dei pixel circostanti,
l'algoritmo stabilisce quale colore attribuire
ai pixel che non registrano direttamente
alcun segnale.
Il ragionamento (semplificato) è il
seguente: Se in una certa area arriva luce
rossa, tutti i pixel con filtro rosso saranno
attivi mentre i pixel verdi e blu saranno
spenti. In questo caso il software deciderà
che tutti i pixel in quell'area devono essere
rossi ed attribuirà il colore rosso
anche ai pixel spenti.
In pratica, ogni
pixel misura l'intensità
di uno dei colori
primari, se questo colore
è presente
nella luce incidente. Se
invece quel pixel
non percepisce luce, il
suo colore viene
"stimato" dal
software basandosi
sul colore dei pixel adiacenti.
Per eseguire questo processo in modo ottimale,
è necessaria una mole impressionante
di calcoli, dato che in realtà per
ogni pixel si esegue il confronto con i suoi
otto vicini.
Questo processo (interpolazione cromatica
o interpolazione Bayer) richiede un notevole
dispendio di energia, che significa consumo
delle batterie e rallentemento delle operazioni,
ma comporta anche alti costi di sviluppo
del software e di produzione dei microchip.
Per tutti questi motivi nelle camere compatte
si usano algoritmi relativamente semplici,
con conseguente inferiore livello della qualità
delle immagini.
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Il colore effettivo di ogni pixel viene calcolato
confrontando i colori degli otto pixel che
lo circondano. |
C'è un computer nelle tua fotocamera
Ogni volta che si scatta una foto, milioni
di operazioni vengono eseguite in un istante.
Sono questi calcoli che rendono possibile
catturare, convertire, elaborare, comprimere,
memorizzare, visualizzare in anteprima, trasferire,
e riprodurre l'immagine. Tutti questi calcoli
vengono effettuati da un microprocessore
all'interno della fotocamera (foto a destra),
simile a quello del nostro computer.
La sola differenza è costituita dalla
potenza di calcolo, necessariamente limitata
nelle fotocamere per motivi spazio, di costi,
e di consumo energetico. La grande differenza
tra camere compatte e camere reflex, oltre
alle dimensioni del sensore, sta appunto
nella potenza di calcolo.
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